Consorzio Turistico l' Altra Maremma
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PITIGLIANO - Castello Orsini, Acquedotto mediceo, chiesa di S.Maria, Convento di S.Francesco, Porta di Sovana, ecc. Festività - fra l'8 e il 12 settembre Frazioni e Località - Casone. Su di uno sperone tufaceo limitato da una gola di fiume, presso il confina laziale della provincia di Grosseto, sorge l'antica città di Pitigliano. Vogliono che il suo nome deriva da quello della romana "Gens Petilia", ma certo che le sue origini sono assai più lontane. Tutto intorno, fra piante di macchie mediterranee e ruderi di antiche costruzioni, si trovano infatti numerose tombe etrusche, ricche di corredi funebri in bucchero e ceramica dipinta, di scuola attica o di stile corinzio anche geometrico. Ciò che colpisce di più a Pitigliano, non è tuttavia l'antichità etrusca e romana dell'ambiente, ma l'impronta di nobiltà che gli viene conferita da castelli e rocche medioevali. Si narra che un signore di Pitigliano, un gelosissimo Conte Orsini sia andato in rovina col proprio castello dopo aver gettato la moglie nel burrone detto "La Cascatella". La signoria di Pitigliano fu fiorente fin verso il '600: resti di questo antico fulgore sono costituiti dalla chiesa di S. Pietro, da un acquedotto ad ampie arcate, da un impotente castello con manifestazioni da arte quattrocentesca. Già nel secolo XV erano affluite a Pitigliano, forse perché scacciate da altra parte, numerose famiglie ebraiche. Ancor oggi sebbene molte di queste famiglie si sono successivamente trasferite a Firenze e Livorno, si possono visitare a Pitigliano una sinagoga, una biblioteca con antichi testi in carattere ebraico, e un caratteristico cimitero della comunità israelita. La decadenza di Pitigliano ebbe inizio nel '600, quando il paese venne ceduto dagli Orsini a Ferdinando I di Firenze: oggi, posta com'è sulla strada statale n.74, che unisce l'Aurelia ad Orvieto, la cittadina sta assumendo una nuova fisionomia, grazie anche alla intensificazione delle pratiche agricole nella zona limitrofa. Chi, sino ad un ventennio addietro, fosse giunto verso il tramonto sulle alture prospicienti Pitigliano, si sarebbe certamente imbattuto in lunghe teorie di asini ( con tanto di basto e di soma sulla groppa) amorevolmente condotti dai bravi Pitiglianesi. Oggi a dispetto del lato poetico della faccenda, Pitigliano ha perduto il suo primato in fatto di ciuchi, che sono stati rimpiazzati da moterni e rumorosi motorini e autoveicoli. Ma sta conquistando un altro prima il nostro paese. Le vigne del pitiglianese, fertilizzate dal tufo vulcanico e da un humus vecchio di millenni, producono un tal vino bianco che è veramente capace di far risuscitare i morti: per conservarlo e stagionarlo, freschissime tombe scavate nel tufo, già ricettacoli austeri di salme e di corredi funebri etruschi, sono state degradate a prosaiche cantine. Ma il vino ne è avvantaggiato innegabilmente, se è vero che le etichette di pitigliano (dove è sorta fra l'altro una modernissima cantina sociale) compaiono ormai anche sulle tavole al di fuori della Toscana e in diversi ristoranti anche stranieri. Nel museo-biblioteca pitiglianese, insieme a pergamene trecentesche e a una prima edizione della "secchia rapita", si conservano preziose acquasantiere medioevali, manufatti neolitici e del Villanoviano, oltre, naturalmente, a vasellame etrusco di varia foggia. Con ogni probabilità gli spiriti antichi dei Signori pitiglianesi, affacciandosi nelle notti di luna agli spalti del castello, sibilano al vento la loro disapprovazione per una tale promiscuità. Fino a non molto tempo addietro non v'era casa del Pitiglianese ove non si filassero canapa o lino, ma oggi tale attività è quasi del tutto cessata, al pari di altre forme di artigianato. Cosa singolare è che il comune di Pitigliano non conta praticamente altri centri oltre il capoluogo, e viceversa risiede nella cittadina un vescovo che è l'erede dell'antico episcopato di Sovana.